POSITION PAPER DI ITALIA-BIRMANIA.INSIEME APS. Settembre 2026

Sommario

A oltre cinque anni dal colpo di Stato militare del 1° febbraio 2021, la politica dell’Unione europea nei confronti del Myanmar è giunta a un punto di svolta strategico. Le iniziative adottate dalla UE in risposta al colpo di Stato del 2021 riflettevano le realtà politiche e strategiche prevalenti in quel momento.

 Oggi, la situazione interna nel Paese e il più ampio contesto geopolitico sono profondamente cambiati.

Sino ad ora la Birmania è stata percepita in Europa essenzialmente come una situazione di violazione dei diritti umani e di emergenza umanitaria, a fronte della quale l’Unione Europea nel 2026, ha fornito  49,1 milioni di Euro. 

Ma oggi la Birmania è divenuta un’importante arena di competizione geopolitica, nella quale Russia, Cina e altri regimi autoritari stanno ampliando la propria influenza politica, militare ed economica, sconvolgendo così l’ordine internazionale basato su regole condivise e mettendo in discussione gli interessi strategici europei nell’Indo-Pacifico. Ne è prova il fatto che dal 2021 il capo della giunta militare birmana, oggi eletto presidente fantoccio di un governo militare in abiti civili, ha visitato Mosca ben cinque volte stringendo accordi strategici sul piano della difesa e finanziario, compresa la adozione di meccanismi di regolamento finanziario, con due terzi delle transazioni commerciali ora effettuate in rubli. Visite ufficiali simili hanno avuto luogo in India, Cina, Laos e Thailandia. Anche il quadro politico interno si è evoluto in modo significativo. Nonostante il perdurare del conflitto armato, le istituzioni democratiche birmane hanno progressivamente rafforzato il proprio coordinamento, le proprie strutture di governance e le proprie capacità amministrative. Il Governo di Unità Nazionale (National Unity Government – NUG), il Consiglio Consultivo di Unità Nazionale (National Unity Consultative Council – NUCC), l’istituzione dello State Coordination and Executive Framework (SCEF), le amministrazioni democratiche a livello dei singoli Stati e locali, i partiti politici democratici, le organizzazioni sindacali, le organizzazioni democratiche dei datori di lavoro e le organizzazioni della società civile, costituiscono oggi una nascente architettura federale di governance democratica che esercita sempre più funzioni rappresentative, amministrative e di governo in ampie aree del Paese. Ciò dimostra la capacità dell’opposizione democratica birmana, nonostante la dittatura, di provare a dare piena attuazione al mandato popolare espresso nelle elezioni del novembre 2020 al fine di realizzare la transizione verso una democrazia federale .Questo documento propone un Riposizionamento della politica dell’Unione europea nei confronti del Myanmar e l’istituzione di un Partenariato Strategico tra l’Unione europea e le legittime istituzioni democratiche del Myanmar, al fine di promuovere un più efficace dialogo politico, una robusta cooperazione istituzionale e una costante assistenza tecnica nei settori essenziali alla transizione democratica del Paese. Inclusa la adozione di uno strumento simile all’European  Peace Facility, Il documento propone inoltre che l’Unione europea affianchi a tale Partenariato nuove misure  sanzionatorie  e la adozione  immediata di iniziative volte a evitare la normalizzazione delle istituzioni illegittime create dai militari; Questo dovrà avvenire, garantendo il riconoscimento della legittima rappresentanza democratica del Myanmar nel sistema delle Nazioni Unite; il sostegno all’attuazione della Risoluzione adottata ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione OIL; e il rafforzamento della collaborazione con l’ASEAN e con i partner internazionali che condividono gli stessi principi. Sostenere le legittime istituzioni democratiche del Myanmar non costituisce più soltanto una questione di  difesa dei valori democratici. È divenuto un elemento essenziale della più ampia strategia dell’Unione europea volta a rafforzare l’ordine internazionale basato sulle regole, a consolidare la stabilità nell’Indo-Pacifico e rispondere in modo coerente in opposizione alla crescente convergenza tra le potenze autoritarie.

Una eventuale accettazione di uno status quo, così come definito dal regime pseudo civile, non comporterebbe solo il consolidamento di una dittatura feroce in Myanmar, ma rafforzerebbe l’influenza di diversi regimi autoritari nel Sud-est asiatico e conseguentemente comporterebbe la messa in discussione di interessi politici, economici intrinsecamente connessi alla sicurezza dell’Europa.

Il Myanmar può essere geograficamente lontano dall’Europa, ma le conseguenze geopolitiche della sua crisi non lo sono. Per questa ragione, la crisi del Myanmar non può più essere considerata esclusivamente una crisi umanitaria o una questione di diritti umani.

POSITION PAPER

1.         Perché l’Unione europea ha bisogno di un Riposizionamento Strategico della sua politica nei confronti del Myanmar
1.1 Un contesto geopolitico profondamente mutato.

L’attuale situazione in Birmania non può più essere soltanto letta attraverso la lente della democrazia, dei diritti umani o di una crisi umanitaria, lontana dall’Europa. È divenuta un’arena strategica di competizione geopolitica, con implicazioni dirette per gli interessi europei in materia di sicurezza, economia e politica estera. Situata all’intersezione tra il Golfo del Bengala, l’Oceano Indiano e l’Indo-Pacifico, la Birmania ha acquisito una crescente rilevanza marittima e geopolitica. Il consolidamento dell’influenza militare russa e cinese nel Paese produce effetti diretti sulla libertà di navigazione, sulla garanzia della percorribilità di rotte marittime strategiche, così come la recente situazione dello Stretto di Hormuz ha palesemente dimostrato.

Il Myanmar sta progressivamente diventando parte di una più ampia rete di regimi autoritari che si rafforzano reciprocamente attraverso la cooperazione negli approvvigionamenti militari, nell’elusione delle sanzioni, nella logistica, nelle forniture energetiche, nei meccanismi finanziari e nelle tecnologie strategiche. Mentre Russia e Cina rimangono i principali sostenitori delle autorità militari, l’Iran è emerso come un partner operativo sempre più rilevante, facilitando la fornitura di carburante per l’aviazione, materiali a duplice uso e altre risorse essenziali per sostenere le operazioni militari della giunta.

Anche la Bielorussia e altri partner autoritari hanno contribuito a rafforzare la resilienza del regime e la sua capacità di aggirare la pressione internazionale Tale cooperazione non si limita al tradizionale sostegno politico-diplomatico, ma comprende sempre più forniture militari, tecnologie per droni e sorveglianza, assistenza tecnica, cooperazione energetica, meccanismi finanziari e accordi economici che rafforzano la resilienza operativa e politica delle autorità militari. Le implicazioni di questa cooperazione si estendono ben oltre il Myanmar.

L’esplicito sostegno alla giunta militare è divenuto una componente rilevante di una più ampia strategia della Russia volta ad espandere la propria influenza politica, militare ed economica in diverse aree geografiche. Consentire che Mosca consolidi la propria posizione in Myanmar comporterebbe una pesante riduzione della capacità complessiva dell’Unione europea volta a contenere l’influenza geopolitica russa, anche in relazione ai possibili sviluppi della guerra in Ucraina. Il territorio del Paese, le sue risorse naturali, i corridoi di trasporto e l’accesso all’Oceano Indiano, ne fanno un nodo strategico per la connettività regionale, la sicurezza marittima, le rotte energetiche e il più ampio equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico.

Una politica europea che invece continui a considerare il Myanmar essenzialmente come un’emergenza umanitaria rischia di sottovalutare questi sviluppi e le conseguenze che essi possono avere sugli interessi politici, economici e di sicurezza dell’Europa.

La normalizzazione del regime militare birmano non si limiterebbe infatti a legittimare un governo autoritario. Essa rafforzerebbe una rete in espansione di cooperazione tra regimi autoritari, indebolirebbe l’ordine internazionale basato sulle regole e inciderebbe direttamente sugli interessi politici, economici e di sicurezza dell’Europa ben oltre il Sud-est asiatico.

Tutto ciò impone all’Unione europea di rifocalizzare la propria posizione nei confronti della attuale situazione in Myanmar cogliendo con chiarezza la vera posta in gioco che riguarda la sicurezza degli interessi europei nonché dei propri valori di libertà e dei diritti universali.  Altrimenti l’Europa rischia di diventare una fortezza assediata in una piccola parte del globo.

1.2 Un quadro politico interno profondamente cambiato.

Anche il quadro politico interno del Myanmar si è evoluto in modo significativo dal 2021. Mentre le autorità militari non sono riuscite né ad acquisire una legittimità democratica né a esercitare un controllo effettivo sull’intero territorio nazionale, le legittime istituzioni democratiche del Myanmar hanno progressivamente rafforzato il proprio coordinamento, le proprie capacità di governo e le proprie funzioni rappresentative a livello nazionale, statale e locale.

Insieme alle istituzioni di governance democratica istituite da, o operanti in collaborazione con le Organizzazioni della Resistenza Etnica (Ethnic Resistance Organisations – ERO), i partiti politici democratici, le organizzazioni sindacali, le organizzazioni democratiche dei datori di lavoro e le organizzazioni rappresentative della società civile, esse costituiscono oggi una nascente architettura federale di governance democratica.Questa evoluzione modifica profondamente il contesto entro il quale l’Unione europea dovrebbe rapportarsi al Myanmar e richiede una corrispondente evoluzione della politica europea.

1.3     I limiti dell’attuale approccio europeo

La risposta dell’Unione europea dal 2021 non riflette più pienamente la trasformazione della realtà politica e geopolitica del Myanmar. Mentre le potenze autoritarie hanno sviluppato una strategia sempre più integrata e di lungo periodo, il coinvolgimento europeo con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar è rimasto in larga misura frammentato e basato su singoli progetti. L’obiettivo del Riposizionamento Strategico proposto nel presente documento è pertanto quello di aggiornare l’attuale quadro politico attraverso una combinazione coerente di Partenariato Strategico con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar e di un rafforzamento della Pressione Strategica nei confronti delle autorità militari.

1.4 Perché l’Unione europea deve agire con urgenza

L’Unione europea deve integrare i principi e gli strumenti adottati dopo il colpo di Stato militare all’interno di un quadro strategico più ampio e coerente, capace di riflettere la trasformazione della realtà politica e geopolitica del Myanmar. Un Riposizionamento Strategico dovrebbe rafforzare la cooperazione politica e istituzionale con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar, intensificare gli sforzi per impedire la normalizzazione del regime militare e collocare più chiaramente il Myanmar all’interno della più ampia strategia europea per l’Indo-Pacifico e dell’impegno dell’Unione a favore dell’ordine internazionale basato sulle regole. Al tempo stesso, dovrebbe preservare l’assistenza umanitaria indipendente non attraverso il regime birmano, il sostegno ai meccanismi di responsabilità internazionale (ICC, ICJ) e un impegno costruttivo nei confronti dell’ASEAN.

La vera sfida è far si che l’Unione europea non si limiti a reagire alle conseguenze della crisi, ma adotti una strategia capace di influenzare l’evoluzione politica e geopolitica, salvaguardando al contempo gli interessi europei in materia di democrazia, stabilità e sicurezza regionale.

Un Riposizionamento Strategico consentirebbe all’Unione europea di passare da un approccio prevalentemente reattivo a una strategia fondata su tre obiettivi complementari:

  1. difendere la legittimità democratica e impedire la normalizzazione del regime militare;
  2. sviluppare una cooperazione politica e istituzionale strutturata con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar;
  3. tutelare gli interessi strategici dell’Europa rispondendo in modo più coerente alla crescente influenza delle potenze autoritarie nel Myanmar e nell’intera regione dell’Indo-Pacifico.
2. Prevenire la normalizzazione graduale del regime militare

Un pericolo più immediato e realistico che oggi il Myanmar si trova ad affrontare è rappresentato dalla loro normalizzazione graduale, determinata dall’effetto cumulativo di pratiche diplomatiche, politiche e istituzionali che erodono progressivamente la distinzione tra legittimità democratica e controllo militare di fatto.

  La normalizzazione graduale della dittatura non richiede una decisione politica esplicita.

Si sviluppa progressivamente attraverso una successione di decisioni politiche e diplomatiche apparentemente scollegate. Può derivare dalla ripetuta partecipazione di rappresentanti militari a riunioni regionali e internazionali, dalla progressiva accettazione delle istituzioni istituite a seguito dell’illegittimo processo elettorale, dalla ripresa dei normali contatti diplomatici o da un dialogo politico non più subordinato a progressi misurabili nell’attuazione del Consenso in Cinque Punti dell’ASEAN.

Considerati singolarmente, questi sviluppi possono apparire irrilevanti. Nel loro insieme, tuttavia, rischiano di creare la percezione che il governo militare sia divenuto una realtà politica accettata, piuttosto che una persistente violazione dell’ordine democratico e costituzionale del Myanmar.

Una simile normalizzazione comprometterebbe il mandato democratico espresso dal popolo birmano nel 2020, indebolirebbe gli impegni internazionali a favore della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto e rafforzerebbe un precedente più ampio, secondo cui le prese del potere da parte dei militari finiscono con l’essere accettate attraverso il trascorrere del tempo e l’accomodamento della comunità internazionale.

I recenti sviluppi all’interno dell’ASEAN dimostrano quanto questo rischio stia assumendo un’importanza crescente e il grado di fallimento della diplomazia internazionale.

2.1 ASEAN e il blocco della graduale normalizzazione

L’Unione europea ha delegato all’ASEAN il ruolo centrale nella gestione della crisi del Myanmar e ha costantemente sostenuto il Consenso in Cinque Punti quale principale quadro regionale per promuovere una soluzione pacifica del conflitto. La stessa ASEAN nella dichiarazione del 26 ottobre 2025 ha riconosciuto “l’assenza di progressi sostanziali nella attuazione dell’Accordo in 5 punti”

Negli ultimi cinque anni, gli Stati membri dell’ASEAN hanno manifestato una diversità di orientamenti politici, interessi strategici e diversi livelli di impegno nei confronti della governance democratica. Pur rimanendo l’ASEAN la principale organizzazione regionale dotata di legittimità politica e accesso diplomatico necessari a facilitare il negoziato tra le parti del conflitto, il crescente coinvolgimento istituzionale di alcuni suoi Stati membri con le nuove autorità illegali, sorte a seguito dell’illegittimo processo elettorale del 2025-2026 ha dato origine a una nuova sfida:

impedire la progressiva normalizzazione del regime militare

In questo contesto, il rafforzamento dell’impegno dell’Unione europea nei confronti dell’ASEAN è diventato più importante che mai. Bisogna riconoscere che dopo cinque anni dalla sua adozione, l’attuazione del Consenso in Cinque Punti non ha prodotto alcun progresso politico misurabile e ha conseguito risultati soltanto limitati nel facilitare l’assistenza umanitaria. Le autorità militari non hanno dimostrato alcun impegno nell’attuazione di nessuno dei cinque punti del Consenso. Al contrario, le operazioni militari contro la popolazione civile si sono intensificate, la repressione politica si è ulteriormente istituzionalizzata e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani continuano a verificarsi in tutto il Paese.

Min Aung Hlaing, nel suo discorso sullo stato dell’Unione dopo i primi 100 giorni di attività, ha liquidato il piano di pace dell’ASEAN per il Myanmar e ha affermato che il “Consenso  in 5 Punti” non costituisce un accordo vincolante, ma semplicemente un allegato alla dichiarazione del presidente di turno, insistendo sul fatto che il suo regime avrebbe risposto a quelle che ha definito misure discriminatorie del blocco “caso per caso”.

La sfida che oggi l’ASEAN deve affrontare si è quindi evoluta. Non riguarda più soltanto i tentativi di facilitare un negoziato tra le parti del conflitto, ma sempre più la prevenzione della progressiva normalizzazione del regime militare. Tanto più dopo acconsentito alla visita alla leader birmana Aung San Suu Kyi, condannata a 27 anni di carcere, poi ridotti a 18 del rappresentante della Croce Rossa Internazionale.

 I recenti sviluppi — compresa la partecipazione di rappresentanti delle autorità militari alle riunioni collegate all’ASEAN in particolare successivamente all’illegittimo processo elettorale e l’assenza di una chiara condizionalità politica legata all’attuazione del Consenso in Cinque Punti — dimostrano che tale rischio non è più soltanto ipotetico, ma sta già iniziando a concretizzarsi. Per queste ragioni è imperativo che l’ASEAN rifiuti l’inclusione di rappresentanti di alto livello della giunta militare nelle riunioni dell’Associazione.

Per l’Unione europea, collaborare attivamente con l’ASEAN e prevenire la normalizzazione sono obiettivi complementari. Il sostegno europeo dovrebbe pertanto rafforzare gli sforzi diplomatici dell’ASEAN, mantenendo al tempo stesso una netta distinzione tra il negoziato quale strumento di risoluzione del conflitto e il riconoscimento politico quale fonte di legittimità democratica.

Ciò richiede una più forte condizionalità politica, parametri misurabili per l’attuazione del Consenso in Cinque Punti, il rafforzamento dell’impegno con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar e un chiaro rifiuto di qualsiasi progressiva legittimazione delle istituzioni create attraverso l’illegittimo processo politico imposto dalle autorità militari.

La proposta di un Partenariato Strategico con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar rafforzerebbe questo approccio, offrendo all’Unione europea un quadro coerente per un dialogo politico strutturato e una cooperazione istituzionale, continuando allo stesso tempo a sostenere gli sforzi di mediazione dell’ASEAN. In questo modo, l’Unione europea potrà preservare il ruolo centrale dell’ASEAN, garantendo al contempo che il proprio impegno contribuisca a una transizione democratica federale inclusiva, anziché al consolidamento del regime militare.

2.5 Rafforzare il ruolo strategico dell’Unione europea nell’Indo-Pacifico

Il Myanmar dovrebbe essere integrato in modo più chiaro nella più ampia strategia indo-pacifica dell’Unione europea. Sostenere la governance democratica in Myanmar non significa solo promuovere 1) la democrazia e i diritti umani, ma anche rafforzare 2) la stabilità regionale, 3) la sicurezza marittima e 4) l’ordine internazionale basato sulle regole, in risposta alla crescente influenza delle potenze autoritarie. Insieme, questi quattro pilastri forniscono il quadro per un riassetto strategico che combina un impegno istituzionale a lungo termine con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar, una pressione strategica costante sulle autorità militari e un ruolo geopolitico più forte per l’Unione europea nell’Indo-Pacifico.

3.Priorità operative

3.1 Dialogo politico e cooperazione istituzionale

Il Partenariato Strategico dovrebbe essere attuato attraverso un progressivo rafforzamento del dialogo politico e della cooperazione istituzionale con le legittime istituzioni democratiche birmane. I principali ambiti di cooperazione dovrebbero comprendere:

  • governance democratica; pubblica amministrazione;
  • amministrazioni statali e locali; amministrazione del lavoro;
  • giustizia e Stato di diritto;
  • istruzione; sanità;
  • coordinamento degli aiuti umanitari;
  • pianificazione della futura ripresa economica.

La cooperazione dovrebbe mantenere un sufficiente grado di flessibilità per evolvere parallelamente alla transizione democratica del Myanmar e adattarsi ai futuri sviluppi istituzionali.

3.2 L’European Peace Facility un esempio per il supporto tecnico alle forze democratiche

La UE dovrebbe valutare l’utilizzo di un programma di sostegno tecnico non letale, simile all’ European Peace Facility (EPF) nell’ambito del più ampio Partenariato Strategico con le legittime istituzioni democratiche birmane

Potrebbe sembrare una provocazione, ma fatte salve le necessarie misure politiche e legali, un programma simile all’EPF potrebbe contribuire a rafforzare la protezione dei civili, la resilienza istituzionale e la capacità di governance attraverso il sostegno mirato a promuovere:

  • comunicazioni sicure e logistica; sminamento umanitario;
  • sistemi di evacuazione sanitaria; ospedali da campo;
  • capacità di ricognizione non offensiva; formazione tecnica;
  • altri strumenti esclusivamente non offensivi.
Un programma di supporto tecnico non letale richiederebbe una valutazione dettagliata dal punto di vista legale, politico e operativo da parte del Servizio europeo per l’azione esterna, della Commissione europea e delle legittime istituzioni democratiche del Myanmar, incluso il Governo di unità nazionale, per garantire la piena conformità al diritto dell’Unione europea e al diritto internazionale.
L’istituzione di un partenariato strategico dovrebbe inoltre prevedere un nuovo quadro politico all’interno del quale un futuro programma di supporto tecnico non letale, o un meccanismo simile, potrebbe essere individuato, attraverso l’adozione di misure finanziarie che vadano oltre il tradizionale sostegno umanitario per contribuire al rafforzamento del fronte democratico.
3.3 Coordinamento internazionale

Il Riposizionamento Strategico dovrebbe essere accompagnato da un più stretto coordinamento tra l’Unione europea, l’ASEAN, il sistema delle Nazioni Unite, i governi che condividono gli stessi principi e le organizzazioni internazionali competenti., compresa la Financial Action Task Force (FATF). Particolare priorità dovrebbe essere attribuita al riconoscimento della rappresentanza democratica all’ONU e all’attuazione della Risoluzione del’Organizzazione Internazionale del Lavoro adottata ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione dell’OIL, quale strumento giuridicamente fondato per rafforzare la pressione internazionale sulle autorità militari e consolidare i meccanismi di responsabilità per le persistenti violazioni dei diritti fondamentali del lavoro. 

3.4 Aggiornare la Pressione Strategica dell’Unione europea

Le misure restrittive rappresentano uno degli strumenti più efficaci di cui dispone l’Unione europea nell’ambito della propria Pressione Strategica. Il loro periodico riesame offre pertanto non soltanto l’opportunità di rinnovare le misure esistenti, ma anche di adeguarle all’evoluzione della realtà politica ed economica del Myanmar.

Iniziative quali la dichiarazione congiunta “Verso una Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo”, che promuove quadri politici e di sicurezza alternativi in tutta l’Eurasia, respinge quelle che vengono definite misure coercitive unilaterali. Al di là della retorica diplomatica, questa narrazione fornisce copertura politica e giustificazione strategica a forme concrete di cooperazione tra gli Stati partecipanti, tra cui trasferimenti di armi, forniture di aeromobili e droni, approvvigionamento di carburante, facilitazione finanziaria e lo scambio sistematico di tecniche di elusione delle sanzioni.

Per l’Unione Europea, la rilevanza di tali sviluppi è di natura strutturale. Gli stessi intermediari, reti logistiche, istituzioni finanziarie e pratiche di spedizione che consentono alla Russia di attenuare la pressione sanzionatoria nel contesto della sua guerra di aggressione contro l’Ucraina sono sempre più riscontrabili nelle catene di approvvigionamento che sostengono le operazioni militari del Myanmar contro la popolazione civile. Myanmar, Ucraina, Russia e Iran costituiscono pertanto teatri interconnessi all’interno di una sfida più ampia all’efficacia delle misure restrittive dell’UE.

Il Riposizionamento Strategico dovrebbe quindi essere accompagnato da un quadro aggiornato di Pressione Strategica. La periodica revisione delle misure restrittive dell’Unione europea rappresenta un’opportunità per rafforzare l’attuale regime sanzionatorio, tenendo conto degli sviluppi intervenuti dal 2021. Un primo passo importante è stata la Decisione del Consiglio Europeo del 30 luglio 2026 che ha sanzionato 7 soggetti e tre entità sui centri della truffa online

La priorità dovrebbe essere volta a:

  •  colmare le attuali lacune verso il sistema finanziario e introdurre misure finanziarie restrittive; impedire l’accesso delle autorità militari alla valuta estera e alle cripto-valute;
  • rafforzare le restrizioni lungo le catene di approvvigionamento del carburante per i trasporti militari e per l’aviazione;
  • rafforzare le misure che indeboliscono l’esercito birmano tagliando l’accesso ad armi, tecnologie a duplice uso;
  • intensificare le misure contro l’elusione delle sanzioni attraverso intermediari operanti in Paesi terzi;
  • migliorare il coordinamento con i partner internazionali.

Al tempo stesso, le misure restrittive dovrebbero continuare a salvaguardare gli aiuti umanitari, le legittime attività economiche civili e il flusso delle rimesse personali. L’obiettivo è rendere le misure restrittive dell’Unione europea più efficaci, meglio mirate e maggiormente coerenti con gli obiettivi strategici dell’Unione europea in Myanmar. Un quadro aggiornato delle sanzioni dovrebbe pertanto diventare parte integrante della più ampia Pressione Strategica dell’Unione europea, in complementarità con il Partenariato Strategico con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar. 

3.5 Priorità immediate

Poiché il Partenariato Strategico rappresenta un obiettivo di lungo periodo, alcune priorità richiedono un’attenzione immediata da parte dell’Unione europea.

il rafforzamento delle misure restrittive per irrobustire la Pressione Strategica sulle autorità militari, anche mediante la adozione di sanzioni finanziarie, restrizioni sulle catene di approvvigionamento del carburante, rafforzando le misure che indeboliscono l’esercito birmano tagliando l’accesso ad armi, tecnologie a duplice uso e il contrasto all’elusione delle sanzioni da parte di imprese UE;il contrasto alla normalizzazione internazionale del regime militare e delle istituzioni illegittime e sostenere il riconoscimento delle istituzioni democratiche a livello ONU;il riconoscimento dei legittimi rappresentanti democratici del Myanmar presso le Nazioni Unite e il mantenimento di un chiaro sostegno politico alle legittime istituzioni democratiche del Myanmar in tutte le sedi internazionali.il sostegno all’effettiva attuazione e monitoraggio della Risoluzione ILO ai sensi dell’articolo 33 della sua Costituzione;il rafforzamento del coordinamento politico con l’ASEAN sulla base di parametri misurabili, garantendo un costante coinvolgimento con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar;l’integrazione piena del Myanmar nella più ampia agenda strategica della UE per l’Indo-Pacifico.

Tra queste figurano:

Nel loro insieme, queste priorità costituirebbero i primi passi concreti verso l’attuazione del Riposizionamento Strategico proposto nel presente documento.

Conclusioni

A oltre cinque anni dal colpo di Stato militare, il Myanmar è entrato in una nuova fase politica e geopolitica.

Le istituzioni democratiche emerse dopo il colpo di Stato si sono progressivamente evolute in un’architettura di governance sempre più coordinata, mentre le autorità militari hanno consolidato la propria dipendenza dai partner autoritari e intensificato la repressione senza riuscire ad acquisire alcuna legittimità democratica. Parallelamente, il Myanmar ha assunto un’importanza geopolitica crescente. La posizione strategica del Paese, la sempre maggiore convergenza tra Russia, Cina e altri attori autoritari, nonché le implicazioni per la sicurezza regionale e per l’Indo-Pacifico, hanno trasformato il Myanmar da una questione prevalentemente umanitaria a un tema di diretto interesse per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea.

La risposta dell’Unione europea deve ora allinearsi alla nuova realtà politica del Myanmar, al nuovo quadro geopolitico e ai più ampi interessi strategici dell’Europa. Le misure restrittive, l’assistenza umanitaria, il sostegno ai meccanismi di responsabilità e l’impegno nei confronti dell’ASEAN devono essere ricalibrati per rispecchiare questa nuova realtà, rafforzando la cooperazione con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar ed evitando qualsiasi forma, diretta o indiretta, di legittimazione delle istituzioni illegittime create a seguito dell’illegittimo processo elettorale imposto dalle autorità militari. Conservare semplicemente le politiche esistenti non è più sufficiente. Il contesto strategico è cambiato e, di conseguenza, anche la politica europea deve evolversi, riflettendo sia la trasformazione della realtà politica del Myanmar sia i più ampi interessi strategici dell’Unione europea.

Il Partenariato Strategico con le legittime istituzioni democratiche del Myanmar offrirebbe un quadro concreto attraverso il quale l’Unione europea può trasformare il riconoscimento politico, da tempo espresso, della legittimità democratica in un dialogo politico strutturato, una cooperazione istituzionale stabile e un sostegno tecnico concreto.

A complemento del Partenariato Strategico, un quadro aggiornato di Pressione Strategica dovrà garantire che le misure restrittive dell’Unione europea divengano più efficaci, meglio mirate e maggiormente coerenti con gli obiettivi strategici complessivi dell’Unione europea in Myanmar.

In definitiva, la scelta che si pone oggi all’Unione europea non riguarda se sostenere o meno la democrazia in Myanmar. La vera scelta è se la politica europea debba rimanere prevalentemente reattiva oppure evolvere in una strategia lungimirante, capace di incidere sugli sviluppi politici di un Paese la cui importanza strategica è in costante crescita. Per troppo tempo il Myanmar è stato percepito in Europa principalmente come una lontana crisi umanitaria e dei diritti umani. Questa percezione non riflette più la realtà geopolitica.

Il Myanmar è divenuto un’arena strategica nella quale convergono sempre più gli interessi di Russia e Cina, nella quale viene messa alla prova la credibilità del diritto internazionale e nella quale si sta delineando il futuro equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico.

La normalizzazione del regime militare avrebbe pertanto conseguenze ben più ampie del solo Myanmar. Indebolirebbe l’ordine internazionale basato sulle regole, rafforzerebbe l’influenza dei regimi autoritari nel Sud-est asiatico e inciderebbe direttamente sugli interessi politici, economici e di sicurezza dell’Europa.

Il Riposizionamento Strategico non rappresenta quindi un semplice adeguamento della politica esistente. Esso costituisce la naturale evoluzione dell’impegno dell’Unione europea nei confronti di un Paese il cui futuro democratico e la cui traiettoria geopolitica si intrecciano sempre più strettamente con gli interessi strategici dell’Unione europea.