14.4.2026

Il parlamento fantoccio controllato dai militari in Myanmar ha nominato Presidente il generale Min Aung Hlaing, l’artefice del colpo di stato del febbraio 2021. Una figura sotto esame internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità viene ora presentata come capo di stato civile. Non si tratta di una transizione, ma di un rebranding. È un tentativo di trasformare una dittatura militare in un regime apparentemente civile, senza però alterarne la natura

Cinque anni dopo il colpo di stato, il Myanmar è un paese devastato. Raid aerei contro i civili, villaggi bruciati e milioni di sfollati sono diventati la norma. Eppure, mentre la giunta tenta di rinnovare la propria immagine attraverso elezioni manipolate e facciate istituzionali, l’Europa è rimasta in gran parte in silenzio. Questo silenzio sta diventando sempre più difficile da giustificare. È vero che l’attenzione globale si è spostata altrove. La crisi in Medio Oriente e le crescenti tensioni geopolitiche – esacerbate dalle posizioni imprevedibili e rischiose dell’amministrazione di Donald Trump sull’Iran – hanno inevitabilmente catturato l’attenzione globale. Ma questo non spiega la totale assenza di reazione politica europea a quanto sta accadendo in Myanmar.

Emerge quindi una domanda più scomoda: questo silenzio è semplicemente il risultato di crisi concomitanti, o riflette una crescente – seppur tacita – accettazione di un nuovo status quo?Finora, dopo il rifiuto di riconoscere le elezioni illegali, nessuna istituzione europea ha affrontato chiaramente la trasformazione della giunta in un cosiddetto governo civile e l’elezione di Min Aung Hlaing a presidente del Myanmar. Eppure la realtà è evidente: i militari non hanno rinunciato al potere. Lo stanno semplicemente ristrutturando in una forma che spera sia internazionalmente accettabile, come è accaduto nella fallita transizione democratica iniziata nel 2012 e inevitabilmente conclusasi con un colpo di stato.

Nella politica internazionale, il silenzio è raramente neutrale. Può essere un segnale di cautela, ma può anche essere interpretato come acquiescenza, con gravi conseguenze negative concrete che minano le forze democratiche.Nel caso del Myanmar, il rischio è chiaro: che un regime militare possa reinventarsi senza cambiare la propria natura e continuare a muoversi verso la normalizzazione internazionale. Una normalizzazione auspicata e sostenuta da Cina, Russia, India e Bielorussia, che mirano a rafforzare la propria presenza nel Paese e, di conseguenza, nella regione.

Allo stesso tempo, l’azione europea rimane insufficiente laddove conta di più: tagliare le vie di finanziamento vitali del regime.Nonostante le sanzioni esistenti, permangono lacune critiche. La catena di approvvigionamento del carburante per l’aviazione, essenziale per sostenere i raid aerei contro i civili, continua a funzionare. Anche i canali finanziari rimangono intatti.Come riconosciuto dalle autorità della banca centrale del Myanmar, le entrate in valuta estera, comprese quelle generate dalle esportazioni verso l’Unione Europea, in particolare nel settore tessile, vengono utilizzate per finanziare le importazioni di carburante per le operazioni militari.

Ciò rivela un problema strutturale. Commercio, finanza e operazioni militari sono profondamente interconnessi. Senza interventi mirati sia sulle catene di approvvigionamento energetico che sui sistemi finanziari, le sanzioni rischiano di essere inefficaci.L’Unione Europea ha già dimostrato, in altri contesti, di saper agire con decisione. Ma in Myanmar, finora si è astenuta dall’affrontare l’intero ecosistema economico che sostiene il regime.

Un approccio più efficace includerebbe restrizioni lungo tutta la catena di approvvigionamento del carburante per l’aviazione, misure contro gli intermediari finanziari e le banche statali, e azioni coordinate contro le reti collegate a Russia e Iran, salvaguardando al contempo le operazioni umanitarie e le rimesse dei migranti.Non c’è altra spiegazione per la mancata intensificazione delle sanzioni, in scadenza a fine aprile, contro la nuova dittatura in abiti civili, se non un tentativo di temporeggiare, nella speranza di tempi migliori impossibili, che non potranno arrivare a meno che l’opposizione democratica e il nuovo SCEF non ricevano un solido sostegno da parte dell’UE.

Il Myanmar non è solo una crisi dimenticata. È una prova.Una prova per verificare se l’Unione Europea è disposta ad allineare i propri valori alle proprie politiche. Una prova per verificare se è in grado di impedire la normalizzazione di un regime fondato sulla violenza e sulla repressione.

Se la democrazia non può essere imposta, non deve perlomeno essere minata dal silenzio.

Cecilia Brighi

Segretario Generale

ITALIA-BIRMANIA-INSIEME