Le sanzioni economiche

 



QUADRO DELLA SITUAZIONE:

La Birmania è
retta da decenni da una giunta militare accusata, tanto dai rapporti
delle competenti agenzie delle Nazioni Unite, quanto dalle
organizzazioni per la difesa dei diritti umani e sindacali, di
ripetute, continuate, gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani
e sociali;

La giunta militare birmana
rimane al potere grazie soprattutto alla sua pervasività economica,
agli stretti legami con i grandi trafficanti di oppio e di anfetamine,
ai rapporti politici ed economici con alcuni governi, alla violenza e
alla repressione con cui governa il paese.

La
situazione di estrema povertà in cui versa l’intero paese non solo non
interessa minimamente il potere birmano, ma serve a mantenere il
dominio e lo strapotere.

Il settore
abbigliamento è il primo settore per il lavaggio di denaro sporco e per
il trasporto clandestino di droga. (i signori della droga,legati alla
giunta sono anche grandi investitori nel tessile/abbigliamento). LEGNO:
i Legnami per la esportazione vengono scavati per nascondere droga.

Le sanzioni non incidono
assolutamente sulla situazione economica del popolo birmano in quanto
il 75% del reddito nazionale proviene dall’agricoltura, o dal settore
informale, mentre il salario medio è comunque di circa 4/5 US$ al mese
e l’orario di lavoro settimanale è di circa 48 ore più altre 12/15 di
straordinario medio settimanale, al costo di 0,02 $ l’ora.

In molti casi i
lavoratori sono costretti a corrompere i militari per lavorare nelle
multinazionali o possono essere assunti in quanto sono legati a membri
dell’esercito.

La giunta
militare birmana può continure a perpetrare una costante violazione dei
fondamentali diritti umani e del lavoro, in spregio alle
raccomandazioni e risoluzioni politiche assunte da governi e
istituzioni internazionali, grazie anche al fatto che sino ad oggi si
sono attuate prevalentemente sanzioni di carattere politico e non economico, che permetterebbero di strangolare il potere politico ed economico su cui si regge la giunta militare birmana.

Tutte le più importanti organizzazioni e istituzioni internazionali e moltissimi governi concordano con il fatto che in questi sei mesi la giunta non ha mostrato alcun segnale credibile d’apertura,
che indicasse la volontà di un dialogo costruttivo con tutte le parti
interessate, per l’avvio di un processo di democratizzazione del paese.

Al contrario,
siamo di fronte ad una costante pesantissima violazione dei diritti
umani, a violenze quotidiane sulla popolazione e sui lavoratori e le
lavoratrici.

Le organizzazioni e i partiti
democratici di questo paese, i rappresentanti dei gruppi etnici e gli
stessi lavoratori birmani, attraverso l’FTUB, il sindacato birmano
clandestino, sostengono l’urgenza di sanzioni economiche mirate e del
divieto di importazione nell’UE di beni e servizi forniti da entità
possedute e/o gestite da autorità militari, personale militare e/o
rispettivi parenti birmani o che siano di monopolio del regime birmano,
anche se tali sanzioni avessero un impatto negativo sul loro posto di
lavoro.

L’Unione
Europea ha da tempo chiesto: il rilascio immediato della signora Aung
San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, e dei leaders di tutte le parti
politiche ancora in carcere; che le procedure per la Convenzione
nazionale siano modificate e che venga definita una scadenza ai lavori
della Convenzione stessa; che la Lega Nazionale per la Democrazia e gli
altri parlamentari eletti nelle elezioni del 1990, annullate
arbitrariamente dalla giunta militare, siano messi nella condizione di
partecipare liberamente ai lavori della Convenzione; che siano
adeguatamente tutelate nei lavori della Convenzione le minoranze
etniche del paese; che venga abolito l’utilizzo del lavoro forzato in
tutto il paese e che vengano dati chiari segnali di apertura e tempi
certi per la ripresa del dialogo tripartito con l’opposizione.

Poiché tali
richieste non sono state rispettate e poiché si registra un ulteriore
aggravamento della situazione nel paese, si ritiene importante
introdurre sanzioni economiche mirate nei confronti della giunta
militare e delle sue attività economiche. L’Unione Europea ha adottato
il 25 ottobre 2004 la Posizione comune che definisce una serie di
sanzioni economiche nei confronti della giunta birmana.

Tali sanzioni
sono fortemente inadeguate poichè non proibiscono del tutto la
possibilità che le imprese europee possano avere legami economici con
la Birmania. Queste non incidono sulle entrate finanziarie dei generali
e del governo birmano. Al contrario permettono a questi di mantenere
vantaggi economici sostanziali a detrimento dei cittadini del paese. Va
per tanto ribadita al governo italiano e alla Commissione UE, la
necessità di un serio rafforzamento della Posizione Comune, e di un
bando generalizzato degli investimenti in Birmania di tutte le imprese
europee e delle loro filiali e consociate superando le omissioni
presenti nella attuale Posizione Comune. In particolare:

  1. Si deve prevedere una proibizione generalizzata degli investimenti
    in questo paese da parte di tutte le imprese europee e delle loro
    consociate, come pure da parte dei cittadini europei, proibizione che
    si dovrebbe attuare sia ai nuovi investimenti che a quelli già in atto,
    prevedendo un obbligo a disinvestire.

  1. Tale divieto avrebbe dovuto essere rivolto a tutte le imprese europee
    in tutte le imprese di proprietà dello stato birmano. Oltre ad un
    obbligo generalizzato, dovevano essere incluse nell’allegato alla
    Posizione Comune, alcune delle più importanti imprese di proprietà
    statale, attualmente escluse ed in particolare il MOGE (Myanmar Oil and Gas Enterprise) che è una straordinaria risorsa economica per la giunta militare; le quattro banche
    di proprietà dello stato (Centrali Bank of Burma, la Myanmar Foreign
    Trave Bank, la Myanmar Investment and Commercial Bank e la Myanmar
    Economica Bank) come pure la Myanmar Timber Enterprise e l’azienda di poste e telecomunicazioni.

  1. La posizione
    Comune attuale inoltre permette alle imprese europee che operano ora in
    Birmania, di continuare ad operare, “se l’estensione è obbligatoria
    secondo gli accordi conclusi con le imprese di proprietà dello stato…
    prima della entrata in vigore della Posizione comune”. Chiediamo
    pertanto che tale condizione sia finalmente superata.

  1. Chiediamo inoltre una proibizione di tutte le importazioni verso l’Europa di tutte le merci o i servizi prodotti in Birmania e con particolare urgenza, la proibizione della importazione di merci prodotte da entità gestite o di proprietà dell’esercito, o ad esso legate o di proprietà di familiari e di personale militare, compreso prodotti di legname e pietre preziose, che sono gestiti da un monopolio statale.

4) Altrettanto importante è il divieto di trasferimenti finanziari internazionali e di transazioni da o verso la Birmania effettuati da cittadini, imprese o enti appartenenti alla Unione Europea.

5) Si deve inoltre garantire che armi prodotte in Europa non siano vendute in Birmania attraverso paesi terzi, come già in passato è avvenuto attraverso la Bulgaria, la Cina, l’India,m la Corea del Nord, il Pakistan, la Russia, la Serbia, Singapore, e l’Ucraina.

Si deve
sostenere inoltre la istituzione di una Task force dell’ASEM che
sostenga il popolo birmano nella soluzione della crisi politica
attraverso un “Dialogo Tripartito” e rifiutare la presidenza birmana
dell’ASEAN nel 2006 in assenza di profondi cambiamenti democratici nel
paese.

In sede di
Nazioni Unite va ribadito il sostegno al “Dialogo Tripartito”, studiato
per consentire alla Birmania di superare la dittatura militare e
avviarsi sulla strada di democrazia e dialogo tra le diverse componenti
della popolazione.