Rosalia Sciortinodi Rosalia Sciortino, the Irrawaddy 12 ottobre 2026

Due eventi avvenuti nell’ultima settimana di settembre sono emblematici delle realtà contrastanti che l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) si trova ad affrontare. Il primo è stato il rimpatrio da parte della Malesia di 1.476 rifugiati birmani a bordo di navi della Marina del Myanmar. Questa fase iniziale di un accordo bilaterale che riguardava un totale di 5.000 rimpatriati, tra cui Rohingya, ha probabilmente violato il principio consuetudinario del diritto internazionale di non respingimento, viste le pericolose condizioni che li attendevano al loro arrivo. Il fatto che le autorità del Myanmar abbiano fornito l’elenco dei rimpatriati autorizzati ha accresciuto i timori che potesse includere oppositori politici del regime, a rischio di persecuzione, e giovani destinati alla coscrizione forzata. Inoltre, poiché i rifugiati sono stati prelevati da centri di detenzione per immigrati, è lecito dubitare che abbiano acconsentito al rimpatrio volontario.

L’ideatore del piano, il Primo Ministro malese Anwar Ibrahim, un tempo difensore dei Rohingya, forte critico della giunta militare e oppositore della riammissione dell’allora capo della giunta Min Aung Hlaing nell’ASEAN, ha senza mezzi termini cambiato posizione. Ha prontamente coinvolto l’ex generale, ora autoproclamatosi presidente dopo un’elezione screditata, per aiutarlo a effettuare le deportazioni, in quella che molti considerano una mossa nazionalista per riconquistare popolarità in vista delle prossime elezioni generali in Malesia. La successiva visita di Min Aung Hlaing in Malesia, il 7 e l’8 ottobre, su invito di Anwar, ha conferito al controverso leader, ricercato dalla Corte penale internazionale con un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità commessi contro i Rohingya, la legittimità che tanto desiderava. Ulteriori concessioni, tra cui l’aiuto per la reintegrazione nell’ASEAN, erano in programma.

Il 28 settembre, appena un giorno prima delle deportazioni, l’esercito birmano ha bombardato un mercato affollato e il vicino ponte di Kissapanadi nel distretto di Kyauktaw, nello Stato di Rakhine, uccidendo 50 civili, per lo più donne e bambini, e ferendone altri 60, molti dei quali in modo grave. Questo è lo stesso Stato in cui ci si aspetterebbe che ogni Rohingya deportato facesse ritorno. Ora in gran parte sotto il controllo dell’Esercito Arakan, l’organizzazione ribelle, lo Stato di Rakhine è stato oggetto di una campagna aerea del regime contro i civili, intensificatasi da aprile, in aperta sfida al dichiarato passaggio a un governo civile. Il coinvolgimento in un paese devastato dal regime esprime la dualità dell’ASEAN. Da un lato, gli Stati membri, motivati ​​da interessi economici e geopolitici, sono sempre più desiderosi di lasciarsi il conflitto alle spalle. Dall’altro, è difficile ignorare la riluttanza del Myanmar, anche solo per le apparenze, ad accettare i termini, a dir poco modesti, del Consenso in Cinque Punti. Questo piano di pace, concordato dai leader dell’ASEAN con il capo della giunta Min Aung Hlaing nell’aprile 2021, pochi mesi dopo il suo colpo di stato militare, prevede la cessazione immediata delle violenze, un dialogo costruttivo, assistenza umanitaria, la nomina di un inviato speciale e visite di rappresentanti in Myanmar per incontrare tutte le parti interessate. Fin dall’inizio, la giunta ha ignorato questi impegni in modo così totale che, nell’ottobre 2021, l’ASEAN ha compiuto il passo insolito di escludere Min Aung Hlaing e altri rappresentanti politici del regime dai suoi vertici, discostandosi da una rigorosa interpretazione del principio di non ingerenza negli affari interni dei membri.
Da allora, la violenza non si è fermata, anzi si è intensificata. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), i raid aerei sono diventati più letali , causando la morte di almeno 982 persone nel 2025, tra cui 232 bambini: un aumento del 52% rispetto al 2024. Complessivamente, il gruppo di monitoraggio indipendente Armed Conflict Location & Event Data (ACLED) ha stimato il bilancio delle vittime a oltre 100.000 persone dal colpo di stato . Gli appelli per il rilascio di tutti i prigionieri politici, che l’ASEAN ha diplomaticamente affermato di aver “ascoltato” senza che il Consenso li specificasse, rimangono inascoltati dalla giunta, così come l’autorizzazione per l’Inviato Speciale a incontrare tutte le parti. Aung San Suu Kyi è ancora irraggiungibile, anche se si presume sia detenuta in quella che il regime definisce una “residenza designata”, e delle oltre 32.000 persone arrestate, l’Associazione di Assistenza ai Prigionieri Politici (AAPP) conferma che quasi 15.000 sono ancora in detenzione, mentre circa 7.800 altri casi sono in attesa di verifica.

Tuttavia, gli Stati membri dell’ASEAN si stanno orientando verso la normalizzazione delle relazioni con il Myanmar. Il Laos è stato il primo nella regione a rompere l’ostracismo nei confronti di Min Aung Hlaing, invitandolo per una visita di Stato il 3 luglio. Questa mossa ha seguito l’esempio dell’India e, soprattutto, della Cina, principale alleata del Laos, che lo hanno accolto dopo le elezioni indette dalla giunta militare. La Cina, in particolare, ha interesse a promuovere l’accettazione internazionale del regime, avendolo sostenuto finanziariamente e strategicamente e aiutato a contenere i gruppi armati etnici e di opposizione. È stata però la Thailandia a segnalare una netta inversione di tendenza nella regione, accogliendolo con tutti gli onori.

Lo sfarzo della visita, con tanto di accoglienza con tappeto rosso e guardia d’onore formale presso la sede del governo, è andato ben oltre il “confronto ponderato” ufficialmente dichiarato come motivazione. Il mancato raggiungimento degli obiettivi del Consenso in Cinque Punti è stato ignorato e non è stata pronunciata alcuna dura condanna per le ripercussioni transfrontaliere del conflitto: centri di frode, traffico di esseri umani e di droga, migrazione irregolare, inquinamento derivante dalle miniere d’oro e di terre rare e intrusioni di aerei da combattimento birmani al confine. Al contrario, un sontuoso banchetto con i principali conglomerati thailandesi ha lasciato intendere motivazioni economiche non dichiarate, in particolare il commercio transfrontaliero, gli investimenti infrastrutturali e l’accesso alle risorse naturali.Altri paesi del Sud-est asiatico continentale con stretti legami geopolitici ed economici con la Cina, in particolare Cambogia e Vietnam, hanno presto seguito l’esempio. Il cambio di rotta della Malesia, innescato da sviluppi politici interni, apre ora anche la strada a un più ampio impegno regionale. Finora, solo due paesi marittimi del Sud-est asiatico si sono espressi con forza contro questa tendenza. Singapore, nonostante (o forse proprio perché) è uno dei principali investitori in Myanmar, desidera una soluzione reale e ha chiesto passi concreti verso l’attuazione del Consenso in cinque punti, tra cui la cessazione permanente delle violenze, il rilascio di tutti i prigionieri politici e la fornitura senza ostacoli di aiuti umanitari in tutto il Myanmar. Timor Est, la più giovane democrazia del Sud-est asiatico, continua a battersi per la responsabilità e ha avviato procedimenti legali contro il Myanmar per crimini di guerra in base al principio della giurisdizione universale.

I restanti paesi membri, tuttavia, stanno iniziando a vacillare. Gli analisti ipotizzano che il ministro degli Esteri filippino e inviato speciale dell’ASEAN, Theresa P. Lazaro, che questo mese si recherà in Myanmar per una visita umanitaria, sia ansiosa di mostrare risultati concreti promuovendo il “processo di normalizzazione” al vertice ASEAN di Manila a novembre. Ha già suscitato forti critiche pubbliche per il suo incontro del gennaio 2026 con Min Aung Hlaing a Naypyitaw, ancor prima che si conoscessero i risultati delle elezioni. E ancora per aver ospitato la “riunione informale” del 12 luglio a Bangkok dei ministri degli Esteri dell’ASEAN, alla quale ha partecipato anche il ministro degli Esteri del regime birmano, Tin Maung Swe, il primo incontro di questo tipo dopo il colpo di stato.

L’Indonesia, pur continuando a dare importanza al Consenso in cinque punti, ha anche ampliato il proprio impegno. Una delegazione di alto livello guidata dall’allora Ministro degli Esteri Sugiono ha visitato il Myanmar l’8 giugno, ha incontrato Min Aung Hlaing e ha promesso relazioni bilaterali più strette e cooperazione nei forum regionali e internazionali, dichiarando, come riportato dal Jakarta Globe, che “il Myanmar fa parte della famiglia ASEAN”.Questo ritorno alla “normalità” è tuttavia contestato dalla società civile e dagli alleati dei movimenti popolari del Myanmar, i quali sostengono che non c’è nulla di normale in un Paese in guerra con la propria popolazione. Un simile approccio creerebbe solo un falso senso di sicurezza regionale senza affrontare le cause profonde del conflitto né risolverlo. Legittimare il regime ignorando la diffusa e continua resistenza e non proteggendo la popolazione civile non farebbe altro che alimentare le tendenze autoritarie endemiche nella regione e rafforzare la reputazione dell’ASEAN di non rispettare i diritti umani.

La recente mostra fotografica “The Coup Years”, tenutasi presso Dia.lo.gue a Giacarta dal 26 settembre all’11 ottobre e organizzata da SEA Junction con AJAR, Humanis Foundation e Migrant Care, ha offerto una cronaca visiva del Myanmar dal colpo di stato, documentando la drammatica realtà sul campo, il tragico tributo di atrocità perpetrate dal regime contro i civili e la continua resistenza ai militari e alle elezioni da essi appoggiate. Esperti, artisti e attivisti hanno riaffermato la loro solidarietà con il popolo del Myanmar e respinto i tentativi degli Stati membri dell’ASEAN di insabbiare i continui crimini del regime. Nel panel di apertura, la parlamentare Mercy Barends, la rappresentante indonesiana dell’AICHR Anita Wahid e la direttrice di ALTSEAN Debbie Stothard hanno convenuto che l’ASEAN ha effettivamente la possibilità di rafforzare la propria fedeltà alla Carta ASEAN del 2008, il quadro giuridico fondante dell’organismo regionale. La Carta pone al centro la volontà del popolo e la impegna a favore della democrazia, dello stato di diritto, del buon governo e della protezione e promozione dei diritti umani. In questo contesto, il Myanmar diventa la cartina di tornasole per verificare in pratica cosa significhi il “metodo ASEAN” e se l’ASEAN rispetterà i suoi principi costituzionali o se, al contrario, li dimenticherà.

Rosalia Sciortino è direttrice di SEA Junction ed ex direttrice regionale per l’Asia dell’International Development Research Center (IDRC) e della Rockefeller Foundation. Una versione precedente di questo articolo è apparsa su The Jakarta Post .